Quella dei parcheggi per bici è la questione più complicata e contemporaneamente più decisiva per una rivoluzione della mobilità sostenibile. Se non se ne viene a capo c’è il rischio che, in alcuni contesti dove cultura e architettura non sono già di base bike friendly, il ciclismo urbano rimanga un fenomeno elitario concesso solo a chi può permetterselo. Tuttavia esistono delle soluzioni, che però bisogna essere disposti a prendere.

Parcheggiare con l’ansia

Ok, il titolo è po’ provocatorio, già adesso si possono parcheggiare le bici in città grazie alle rastrelliere, alle cosiddette “urovesciate e ai, rarissimi, bike box. Ma a che prezzo? Quanto costano i bike box e quanto spazio urbano occupano? Quanti, in mancanza di quest’ultimi, si sentono realmente tranquilli a lasciare la bici di notte legata ad una rastrelliera? Non dimentichiamo poi che il furto non riguarda soltanto la bici, ma spesso alcuni suoi componenti come sellino e ruote.

Quali soluzioni esistono ad oggi?

Per adesso l’unica soluzione realmente efficace contro i furti di biciclette in città sono i bike box, che però occupano spazio pubblico e sono molto costosi. Ci sono tanti dispositivi basati sul GPS, sul QR Code e altrettante iniziative (come Bologna bike Watch) che tentano di arginare il fenomeno, ma ad oggi è impossibile farlo totalmente finché la bici rimane esposta. A peggiorare le cose c’è il fatto che le migliori biciclette urbane sono di solito molto costose e che bisogna proteggerle anche dagli atti vandalici, i quali stanno causando un arretramento del free floating un po’ ovunque. E il free floating è ciò a cui bisognerebbe puntare.

Il sistema di Bike Box leggero prodotto da Metalco che ottimizza i costi riducendo il materiale ai lati, via edilportale.com

Un problema che allontana dalle bici

E’ risaputo che molti aspiranti ciclisti urbani non compiono il grande passo a causa di problemi legati alla sicurezza: non tutti possono portarsi la bici in casa (abbiamo provato a rispondere a questa esigenza in questo articolo) e in ogni caso non ha molto senso pensare di comprarsi un mezzo di trasporto urbano per poi poterlo usare soltanto per il tragitto casa-lavoro. La bicicletta così com’è andrebbe rivista: non considera le problematiche inerenti una città a meno che quest’ultima non abbia delle basi culturali, civiche ed architettoniche molto avanzate che, perlomeno in Italia, ancora non ci sono. E possiamo aspettare di crearle? Forse non c’è più molto tempo, e forse la loro stessa creazione passa da un approccio diverso al problema.

Le cose da fare

Lo scopo da raggiungere è una sorta di free floating in modo da poter trattare le bici più o meno allo stesso modo degli scooter. Si tratta di un lavoro complesso e di difficile soluzione, ma è ciò su cui le ricerche dedicate al tema della ciclabilità dovrebbero concentrare gli sforzi, piuttosto che farlo su altri aspetti che intanto non sarebbero concessi dalle normative.

Vediamo come si potrebbe agire.

  • Creare più bike box: ne servono molti di più e, di conseguenza, molto più piccoli. Una ricerca ha dimostrato come occorra un parcheggio bici ogni 300 m circa. Per ottenere questo risultato è necessario ridurre gli ingombri dei box sia per limitare l’utilizzo di superficie urbana che i costi. Bisogna perciò inevitabilmente intervenire anche sulle dimensioni delle biciclette.

 

  • Ridurre l’ingombro delle bici: come dicevamo biciclette più piccole possono essere parcheggiate in bike box di conseguenza altrettanto ridotti. Tuttavia ciò non implica per forza che si debba circolare con le bici dei clown: si possono diminuire gli ingombri anche con alcuni accessori pensati per questo scopo, come vedremo più avanti.

 

  • Sistemi di integrazione bici/antifurto: limitare l’esposizione delle sue parti per fare diventare la bici stessa un sistema di difesa. Le bici pieghevoli non puntano quasi mai a questo obiettivo, ma invece dovrebbe essere così. Una bici che si piega in modo da autobloccare le parti di cui è composta non solo ridurrebbe il suo ingombro, consentendo bike box ancora più piccoli, ma si proteggerebbe da sola anche laddove quest’ultimi non fossero presenti.

 

Alcune soluzioni

Alcune soluzioni che affrontano i punti appena esposti arrivano dal mondo del design e sembrano essere molto promettenti. Ovviamente questi sono solo alcuni esempi, ma se ne possono creare molti altri se si aguzza l’ingegno e si capisce il concetto di fondo:  

FrameBlock

FrameBlock

Il FrameBlock (ne abbiamo parlato qui) è un dispositivo che integra l’antifurto alla bici stessa. Per rubarla è dunque necessario rompere parte del telaio, rendendo palese il furto. Questo sistema è stato adottato dal marchio MilanoBike che lo ha reso uno standard per tutta la sua flotta. Semplice, ingegnoso e pratico, lascia comunque alcune parti scoperte e la rottura dell’antifurto si può mimetizzare facilmente; si tratta comunque di un bel passo avanti nella concezione di ciclismo urbano.

 

Ixow Stempark

Stempark

Di questo sistema ne esistono diverse versioni, di una in particolare ne avevamo già parlato (Quicktwist), e la sua utilità non deve essere sottovalutata. Questo dispositivo diminuisce di 3/4 l’ingombro della bicicletta grazie ad un semplice gesto. Ottenere questo risultato permetterebbe di costruire più bike box ad un minore prezzo, più capillarmente e utilizzando meno spazio urbano.

 

Align

Align di Milou Bergs

Ideato da una studentessa olandese, non è un sistema che agisce direttamente sulla bici bensì ripensa il concetto di rastrelliera. Con il suo funzionamento impedisce in un colpo solo il furto delle due ruote, rendendo possibile proteggere la bici non con tre antifurti (come si dovrebbe fare) ma solo con uno. Inoltre l’impatto visivo non sarebbe più un problema in quanto Align è un sistema a scomparsa. Utilizzato insieme a Stempark consentirebbe di avvicinare una rastrelliera all’altra consentendo al quadruplo delle bici di essere parcheggiate. A ben vedere però il problema è ancora nella progettazione delle biciclette, le quali, per i contesti urbani, dovrebbero rispettare degli standard per quanto riguarda lo spessore delle ruote (che altrimenti non entrerebbero nella rastrelliera Aling).

Un esempio di Bike box sottile
Bike box per biciclette pieghevoli. Via turvec.com

L’importanza di creare uno standard

Finché non verrà creato uno standard volto a imporre precise caratteristiche che le biciclette per utilizzo urbano devono possedere, i problemi relativi alla mobilità ciclistica non verranno risolti se non in tempi molto lunghi.

Incentivare le case a costruire modelli di un certo tipo e gli utenti ad utilizzarli, permetterebbe di fare interagire proficuamente gli interventi infrastrutturali con la volontà da parte dei cittadini di utilizzare la bicicletta (e delle aziende produttrici di venderle).

Chissà se dedicare incentivi per dotare la propria bicicletta di accessori come Stempark e utilizzare gli altri soldi per la creazione di bike box avrebbe più ripagato (sempre in termini di ciclabilità) rispetto l’offerta di 500€ per l’acquisto di una bicicletta (la quale non è nemmeno detto che poi venga usata in città).

In ogni caso creare uno standard getterebbe le motivazioni sia teoriche che pratiche per impostare un progetto di ciclabilità corredato di infrastrutture (come le piste ciclabili) realmente utili, utilizzabili ed utilizzate.

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