C’è un effetto collaterale legato ai bike sharing che sta assumendo proporzioni inaspettate: il “lancio” delle biciclette nei corsi d’acqua. Eh, sì, proprio così: tra le tante sfaccettature che il vandalismo può assumere, a quanto pare quella acquatica è irresistibile nel momento in cui sia ha a disposizione un bel canale.

Un resoconto impietoso arriva dalle pagine del The Guardian e fotografa una situazione che a Londra, ma anche nella provincia britannica, sta sfuggendo di mano con non poche conseguenze.

A pesca di biciclette

La Gran Bretagna ha una diffusa rete di canali navigabili, gestita da un ente apposito, il Canal & River Trust. Questi, in condizioni normali, si occuperebbe di gestirne la manutenzione, ma negli ultimi anni la priorità è divenuta mantenerli navigabili.

A provocare sempre più incagliamenti dei natanti che solcano la rete fluviale di oltre 2.000 miglia di sviluppo è un ostacolo insolito: le biciclette.

photo credit: Damien Walmsley 20181205_Regent Canal, Lisson Grove via photopin (license)

Tanto per dare un’idea, nella sola Londra vengono ripescate dai canali circa 100 biciclette all’anno: sei anni fa era usuale rinvenire non più di una bici caduta in acqua sotto i ponti londinesi, non più di una volta a settimana. Adesso ogni week end la pesca ammonta ad almeno 2 o 3 bici per ponte.

Il problema non riguarda poi solo la capitale: l’elenco di città che sono attraversate da fiumi e che si stanno abituando a questa singolare forma di pesca sportiva è lungo.

Manchester, Newcastle e Gateshead si affacciano sul Tyne, che pare restituire in continuazione biciclette dei vari servizi di bike sharing. Bristol è attraversata da due corsi d’acqua, Cardiff ha il suo, Cambridge e Norwich anche: tutte città in cui sono attivi operatori di bike sharing e dove il recupero dei mezzi mandati a farsi un bagno inizia a divenire un problema.

Un problema ambientale, di cultura e di sicurezza

Le conseguenze sono di varia natura, le cause anche: una minima parte delle bici ripescate è finita in acqua per caso. Un problema pratico è legato all proliferare dei bike sharing dockless, le cui bici non vengono riconsegnate in un punto specifico e non debbono essere legate a nulla terminato l’utilizzo.

Una bici appoggiata ad una ringhiera o nei pressi di un corso d’acqua può scivolarvi dentro, ma può anche facilmente esservi lanciata di proposito.

Non è un caso che siano meno le due ruote dei servizi tradizionali a finire in acqua che quelle degli operatori free floating.

Vi sono poi ovvie conseguenze legate all’inquinamento dei canali, ma anche altre cui non si pensa immediatamente, come i costi di riparazione per le barche che collidono con le bici: un’elica che si incastra, danneggiandosi, nel telaio di una bicicletta rappresenta una discreta seccatura per chi naviga.

Serve collaborazione tra operatori e municipalità

Come in altre occasioni si è avuto modo di dire, i bike sharing dockless hanno sdoganato l’uso della bici in città in modo esplosivo. La sensazione è però anche quella che essi abbiano colonizzato l’ambiente urbano non curandosi di tutta una serie di impatti negativi sulla città stessa.

Il Canal & River Trust britannico non ci gira molto intorno: il problema è economico.

A chi spetta recuperare le bici vandalizzate? Per l’ente fluviale recuperare una bicicletta da un canale implica l’uscita di un natante, l’occupazione e la retribuzione di una squadra che deve essere composta da almeno un paio di uomini e lo stoccaggio delle bici stesse.

Tutti costi che vanno a sommarsi alla distrazione di quello stesso personale dalle proprie mansioni ordinarie, il che ha un impatto importante sui bilanci, al contrario, forse, della perdita delle bici stesse per gli operatori. La scarsa considerazione da parte delle compagnie di bike sharing per il problema denoterebbe infatti come il gioco non valga la candela: costa meno avere una sostituta nuova che non pagare per riavere quelle smarrite.

In Gran Bretagna la questione si sta facendo sempre più calda: gli enti pubblici, infatti, iniziano a chiedere che le compagnie che gestiscono i bike sharing si sobbarchino almeno parte dei costi, ma non solo. Esse dovrebbero anche fare qualcosa per prevenire il fenomeno.

C’è chi parla di proibire il parcheggio delle bici in prossimità dei corsi d’acqua, ma non c’è molto da fare: il vandalismo non si argina certo con i divieti.

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