Oltre cento anni dopo la scomparsa di Marco Ezechia Lombroso, la bicicletta torna ad essere accusata di favoreggiare chi delinque, che oggi l’equazione mistificatrice del trivio da social identifica senza appello nei migranti.

La rivincita dell’antropologia criminale, che sul finire del XIX secolo sosteneva come «Nessuno dei nuovi congegni ha assunto la straordinaria importanza del biciclo sia come causa che come strumento del crimine», è giunta alla ribalta qualche giorno fa grazie all’innocente iniziativa di un sindaco della penisola di costruire una pista ciclabile.

Pista ciclabile subito finita nel mirino del dibattito politico, che ha saltato a piè pari l’utilità sociale ed infrastrutturale dell’opera per concentrarsi sulla sua unica, “vera”, ragione d’essere: favorire i migranti.

migranti piste ciclabili
photo credit: Walimai.photo Yes (137/365) via photopin (license)

 

 

Chi lavora e ha figli non va in bici, i migranti sì 

La sbalorditiva teoria emersa alla luce del sole è riassumibile come un crudele e quanto mai lucido condensato di luoghi comuni sulla concezione di cosa sia giusto o sbagliato fare.

Affermare che chi va a lavorare si sposta in macchina e che chi ha bambini piccoli non li porta in bicicletta, corredando il tutto con la giustificazione illuminante che si rischia di essere messi sotto da un camion, rivela un mondo davvero complesso e radicato fatto di superficiale approccio alla questione.

Ciò che giustamente ha fatto scalpore sulle pagine dei giornali è stata la chiosa conclusiva, ferma nel suo convincimento (anche le scuse giunte in seguito non ritrattano particolarmente il concetto espresso) che le piste ciclabili aiutino i migranti in quanto, non avendo la maggior parte dei richiedenti asilo una macchina, sembra che il progetto sia stato fatto apposta per loro.

 

 

migranti piste ciclabili
photo credit: Ian Sane Peddle Pad via photopin (license)

Non vorrei nemmeno entrare nel merito del distinguo di base tra il diritto di chiunque a spostarsi liberamente in un libero Stato e nell’allucinata assimilazione dello “straniero”, del “migrante”, di “colui che si sposta per una necessità” (perché non stiamo parlando di croceristi, tanto per fugare ogni dubbio) con il “delinquente” di Lombroso; e il parallelo mi sovviene, sia chiaro, solo in quanto chi “migra” evidentemente fa qualcosa di male che va osteggiato, stando ai termini di questo modo di pensare.

Ma sulla concezione della bicicletta e della mobilità che aleggiano sullo sfondo di tale ragionamento, sì.

 

Per chi sono le piste ciclabili?

Mettiamo che un sindaco si faccia venire in mente, in una città nella quale la bici ha una certa diffusione nell’uso comune, di potenziare la rete ciclabile.

Mettiamo anche che lo faccia discutendo con i cittadini e che si concentri su uno dei viali di collegamento più importanti della città, che porta dal centro storico alla periferia: il progetto prevede la riduzione della carreggiata per le auto, l’istituzione della corsia ciclabile, la sostituzione dell’illuminazione pubblica e del verde, il ridisegno dei parcheggi.

Seicentomila euro di lavori coperti dai finanziamenti del Ministero dell’Ambiente in quanto “progetto di mobilità sostenibile”.

migranti piste ciclabili
photo credit: Alfred Grupstra Shopings via photopin (license)

Sin qui, la domanda trova facile risposta: la pista ciclabile è per tutti coloro che attraversano la città in bici, per lo più lavoratori, genitori e gioventù del luogo, vien da pensare.

E invece no. In sella ci montano i redivivi malfattori lombrosiani (i migranti, ovviamente), perché i lavoratori, i genitori, insomma, le “persone per bene” non hanno tempo per dilettarsi in bicicletta.

Proprio qui vorrei soffermarmi, sul concetto di uso della bicicletta che, ahi noi, sopravvive radicato in una certa cultura italiota che riversa la sua arroganza nella conosciuta similitudine tra il mezzo di trasporto e certi attributi che, se fossimo scimpanzé, sarebbe logico mostrare per avere ragione di ogni tenzone.

 

Sulle piste ciclabili viaggia la libertà, non l’ignoranza

È vero, la bicicletta è un mezzo di trasporto democratico: ci può andare chiunque, se ne facciamo una questione di censo.

Soprattutto, è un mezzo che non privilegia nessuno, chiede a tutti la stessa fatica, una fatica che è utile a ricordare che ai lati dei nastri di asfalto esistono chilometri e chilometri di case, centri storici, campi, coltivazioni, boschi, natura. Tutte cose che non abbiamo il tempo di guardare sfrecciando in auto ma che contribuiamo ad inquinare e, quindi, ammazzare come in un lento avvelenamento un po’ tutti i giorni.

Quello che una parte della classe dirigente non si è resa conto di aver espresso, assieme alle teorie sulla circolazione degli esseri umani, è l’enorme scarto culturale che la separa da quella parte di popolazione italiana ed europea che ha capito che non abbiamo bisogno di un SUV per sentirci realizzati.

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photo credit: Peter Zoon End via photopin (license)

 

 

Il vero nemico della mobilità sostenibile è Lei: l’ignoranza.

L’ignoranza che identifica le persone “per bene” con degli status symbol cristallizzati agli anni ’60, l’ignoranza che pensa alla bicicletta come ad un solo divertimento o ad uno strumento per quelli che, poveretti, non possono permettersi altro.

Di fronte a queste osservazioni parlare di Cycle2Work, di economia circolare in bici, di benessere mentale e fisico, con ricadute sulla spesa sanitaria pubblica, derivante dall’usare la bici invece che l’auto, suona inutile.

Prima occorre sconfiggere Lei.

E lo si fa anche con la possibilità di cambiare: dunque, avanti con le piste ciclabili che, per la cronaca, al loro interno ammettono la circolazione di buoni esempi e non dei camion che altrimenti rischierebbero di investirli.

 

 

 

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