Vuelta Spagna 2015E con questa saranno ventuno. Ventuno stagioni passate tra i professionisti che per Federico Borselli, classe 1961, sono passate in un lampo. Sorriso aperto e forte accento toscano, il “Borse” lo conoscono tutti. Dalla fine del 2010, lavora all’Astana come meccanico e autista del bus della squadra. Sognava di fare il camionista, si è ritrovato invece nel circo del pedale. A 13 anni suo padre Marino, grande appassionato, gli regala la sua prima bici da corsa: una Legnano da 115 mila lire. «Vedi cosa riesci a combinare» gli dice e Federico inizia a correre. Non è facile, però. Lui nato a Borgo San Lorenzo nel Mugello è lontano dal cuore del ciclismo toscano e rimane un po’ isolato. Due anni di corse e poi si ferma. Trova un lavoro come apprendista idraulico («o trombaio, come si dice dalle mie parti») e una nuova grande passione: il motocross. «Il mio titolare correva – racconta Federico – e ho iniziato a seguirlo alle gare». Il “Borse” è bravo e arriva a correre a livello nazionale fin quando una brutta caduta mette fine al sogno. «Avevo un problema alla gamba e il dottore mi ha consigliato di riprendere la bici». Da buon agonista qual è, inizia a correre a livello amatoriale fino a inanellare una sessantina di vittorie. Di lì a poco, Bruno Vicino, campione del passato e attuale direttore sportivo della Lampre Merida, gli chiede se vuole provare come meccanico-autista nella Mercatone Uno di Mario Cipollini. «È stato uno dei campioni da cui ho imparato di più – dice Federico – l’altro è stato Gilberto Simoni». Era il 1994 e l’occasione è quella giusta. Da allora, il “Borse” ha cambiato diverse squadre, dalla Saeco alla Quick-Step passando per la Lampre, ma sempre di alto livello. Ha vinto tutte le grandi corse del panorama internazionale, compresi i Grandi Giri, e ha anche visto il mondo dei prof cambiare nel tempo. «Prima l’ambiente era più familiare, si faceva più gruppo anche con le altre squadre, adesso ognuno sta per conto suo». Dal punto di vista professionale, tra moto e bici, l’esperienza non gli manca di certo. «Ho sempre avuto il pallino della meccanica – sottolinea Federico – e ho sempre messo mano sia alla moto che alla bicicletta». Da quando ha iniziato, l’evoluzione è stata inarrestabile. «Parlo di bici e dico che i livelli sono altissimi in termini di materiali, qualche margine di miglioramento lo vedo nell’aerodinamica e nel motorino…» e ride. Sui freni a disco – provati in tono minore all’Eneco Tour e alla Vuelta – è più che perplesso. «Secondo me, introdurli nelle gare dei professionisti è un grandissimo sbaglio, mi sembra di tornare alle vecchie ruote spinergy che hanno fatto smettere più di un corridore, mi riferisco ad esempio a Michele Bartoli». La questione è semplice: i dischi non solo tendono a riscaldarsi ma potrebbero risultare particolarmente taglienti in una caduta di gruppo. «Possono andare bene per il ciclista della domenica, ma per un professionista è diverso. In gruppo sono 200 e a volte si fanno discese di oltre 20 km a una velocità di 80-90 km/h. Non oso immaginare cosa potrebbe accadere in caso di caduta, senza contare che le temperature che raggiungono i dischi impediscono ai meccanici di intervenire immediatamente».

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