Quello della bicicletta è un compleanno importante, come si conviene a chi ha raggiunto il traguardo del bicentenario ed ancora è pronto a scommettere su un futuro prevedibilmente non meno radioso. Quotidiani nazionali e riviste, non solo di settore, rendono infatti sempre più esplicito l’omaggio ad un concetto di prodotto che ha rivoluzionato il modo di spostarsi nel mondo ed ha saputo coniugare in maniera universale funzione, tendenza, innovazione tecnologica e moda.

Viene rievocata, quasi con compiaciuta nostalgia, l’immagine del debutto, dai più fissato in Germania, a Mannheim, il 12 giugno 1817, anche se a noi piace ricordare che alcuni disegni del Codice Atlantico datati 1490 portano a rivendicarne l’idea primitiva al genio di Leonardo da Vinci.

Al barone prussiano Karl Von Drais va comunque il merito di aver compiuto, in quella data, la prima passeggiata su una inedita macchina in legno di sua costruzione, munita di due ruote in linea e dotata di un sistema che consentiva di girare a destra e sinistra ma priva di pedali, subito denominata “running machine” o, più correttamente, laufmaschine.

Un esemplare di Laufmachine

Non molti sanno però che la “macchina per correre”, nacque per sopperire ad una situazione di particolare disagio che nel 1816, passato alla storia come “l’anno senza estate”, aveva colpito l’Europa e parte del continente americano. L’esplosione del vulcano Tambara in Indonesia, aveva infatti determinato una serie di scompensi climatici con grande sofferenza per i raccolti divenuti insufficienti a nutrire i cavalli che rappresentavano il maggior mezzo di locomozione dell’epoca.

L’innovativa macchina che costringeva a spingere con le gambe e non brillava certo per agilità, non ebbe, però, grande fortuna e bisognerà attendere circa mezzo secolo (1861) per vedere la comparsa dei pedali e quindi sancire il passaggio dal Velocipede al Biciclo, prima, e alla Bicicletta poi.

Alcuni anni dopo fu introdotta la trasmissione a catena e sul finire dell’ottocento la ruota libera. Da allora si sono susseguiti molteplici interventi che gradualmente hanno contribuito a conferire alla bicicletta l’attuale conformazione.

Un biciclo

 

Un mezzo per tutti

Se all’inizio della sua diffusione la bicicletta rappresentò una nuova opportunità quale mezzo di trasporto individuale e si connotò come conquista del progresso tecnologico, anche se riservato a pochi, la sua progressiva affermazione presso strati di clientela sempre più vasti ne esaltarono l’immagine di mezzo pratico e funzionale a garantire maggior rapidità di spostamento per tutti, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza e, successivamente, anche dal sesso.

Nel tempo, la bicicletta è diventata il veicolo più popolare al mondo con oltre un miliardo di unità circolanti di cui circa la metà in Cina.

In Europa sono presenti, secondo alcune stime, più di 200 milioni di biciclette e nel settore specifico operano 800 piccole e medie aziende, situate in 20 dei 28 stati della UE, che impiegano 90.000 lavoratori diretti ed indiretti, per un fatturato di circa 12 miliardi di euro (fonte CONEBI) e generando, secondo la European Cyclist’s Federation, un giro d’affari complessivo di 200 miliardi di euro l’anno.

la bicicletta è diventata il veicolo più popolare al mondo con oltre un miliardo di unità circolanti

Il successo della bicicletta si lega, inoltre, alla sua capacità di interpretare le diverse esigenze che sotto intendono il suo utilizzo e che spaziano dalla pura mobilità cittadina all’impegno sportivo, sia amatoriale che agonistico, dall’uso per mantenere un’ideale condizione di salute a quello per diporto.

Sono così nate biciclette per la città come per la corsa, per il fuori strada e per arrampicarsi in montagna, per lo svago come per il traporto di cose. Anche la clientela, dalla primitiva ed unica categoria di pedalatori, si è segmentata e tende a riconoscersi sempre più in gruppi in costante mutazione che alimentano mode e trend che hanno il merito di mantenere viva la merceologia.

In questo contesto, infine, si sta consumando il matrimonio dell’antica “draisina” con l’elettronica e il digitale, in grado di dare vita a nuove creazioni iper tecnologiche ed assolvere all’odierna urgenza della connessione “sempre attiva”. Il tutto però senza smarrire l’identità originaria di quella “macchina per correre” che rivoluzionò il mondo 200 anni fa.

E IL “CIAO” COMPIE 50 ANNI

Cade nel 2017 anche un altro compleanno che, in qualche misura, è di buon auspicio per la categoria dell’e-bike. Si tratta del “Ciao”, il ciclomotore della Piaggio lanciato nel 1967, a ragione considerato l’archetipo della bicicletta a motore da cui trasse ispirazione non solo per la linea estetica ma anche per alcuni criteri costruttivi, a cominciare dalla leggerezza e dalla semplicità.

Il successo del Ciao, scaturito nei primi anni post sessantotto e subito divenuto simbolo di emancipazione giovanile, poggiava sulla capacità del prodotto di interagire con le esigenze emergenti di una nuova generazione alla conquista anche spaziale di libertà ed autonomia di movimento.

In altri termini, accanto al ruolo strumentale di veicolo semplice e pratico per gli spostamenti cittadini, il Ciao sapeva rappresentare per la clientela soprattutto adolescenziale l’appartenenza al gruppo di riferimento ed in tal senso esercitare una funzione rassicurante. La sua diffusione raggiunse livelli difficilmente riproducibili che possono essere sintetizzati in 3,5 milioni di unità vendute.

La crisi del ciclomotore classico, certificata negli anni successivi al duemila, ha impedito di trovare un erede del Ciao ma, pur in presenza di condizioni di mercato radicalmente differenti, la bicicletta elettrica oggi sembra il prodotto più vicino a quel concetto, sia nella proposizione tecnica sia per la capacità di catturare una nuova domanda che unisce all’esigenza di mobilità individuale quella di un utilizzo nel tempo libero, per semplice svago e divertimento.

 

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