Il Vietnam potrebbe presto sostituire la Cina nelle importazioni di biciclette e componenti per l’industria del ciclo in Europa. Questo grazie al reimpasto degli equilibri commerciali determinato dall’imposizione di dazi anti-dumping nei confronti di Pechino, che starebbe spianando la strada ad un Free Trade Agreement tra Brussels e Hanoi.

I problemi legati al rispetto dei diritti umani, prima di tutto, e dei lavoratori, nello specifico, rappresentano però un freno nei confronti dell’accordo con un Paese che, comunque, rappresenta già il secondo esportatore verso il Vecchio Continente per quanto riguarda il settore della bicicletta.

 

Chi investe sul Vietnam

La risposta è talmente semplice da apparire scontata: le stesse industrie che, in era pre-dazi, avrebbero investito in Cina.

La crescita salariale innescatasi a Beijing aveva già spinto molte compagnie a guardarsi intorno, poiché il punto centrale dell’economia globalizzata odierna è mantenere i costi al minimo a fronte di volumi di produzione enormi: l’area del sud-est asiatico si era già delineata come competitiva, sebbene carente di infrastrutture e di mano d’opera qualificata.

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L’imposizione di dazi sulle importazioni cinesi ha dato una spinta a quello che era un fenomeno già in atto: l’industria della bicicletta annovera ad Hanoi la presenza di nomi come KMC, Bohle-Schwalbe, Astro, Kenda e DDK, come riportato da BikeEU.

Per alcuni si tratta di linee di produzione secondarie, nelle quali fabbricare i componenti dei Marchi di seconda fascia (è il caso di Bohle con Impact), o principali, come KMC che, dal 2015, produce in Vietnam 10 milioni di catene all’anno, 9 dei quali destinati al mercato motociclistico ed 1 a quello ciclistico in prevalenza europeo.

Perché il Vietnam (assieme alla Cambogia) non è una sorpresa

Perché le esportazioni verso l’Europa dal Vietnam nel 2016 raggiungevano già i 33 miliardi di dollari di valore e perché, su 600.000 telai per bici in alluminio e carbonio prodotti ad Hanoi, sono 350mila quelli che raggiungono produttori con sede nella UE, mentre non sono stimati ma viaggiano nell’ordine delle decine di migliaia quelli in acciaio.

In parole povere, il Vietnam lavora da anni per costruirsi una struttura industriale nel settore del ciclo, operazione nella quale hanno avuto un ruolo cardine proprio i produttori occidentali.

Inoltre, dicendo Vietnam bisogna considerare anche i suoi vicini di casa cambogiani, che completano una sinergia produttiva: in Cambogia hanno stabilimenti Strongman, A&J ed Asama, tutte società che operano su larga scala e che ricevono i componenti dai cugini vietnamiti.

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Per dare due cifre, nel primo semestre del 2018 la sola Cambogia ha esportato verso la UE 870.000 biciclette, il +6,7% rispetto ai primi sei mesi del 2017, mentre le ebike importate da Vietnam e Cambogia sono state 100.000, il 14% in più se paragonato all’anno scorso.

In pratica, il duo Vietnam-Cambogia rappresenta già il secondo esportatore di bici e componenti verso l’Europa e gli spostamenti di equilibrio dovuti ai dazi possono farlo semplicemente assurgere alla prima posizione.

Un dato significativo è che le importazioni nella UE da Taiwan sono calate, da Gennaio a Giugno 2018 del 23% e che alcuni produttori taiwanesi hanno iniziato ad investire proprio su Hanoi.

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Diritti umani questione aperta

Sul possibile accordo che permetterebbe delle importazioni cosiddette “duty free” pende la questione del rispetto dei diritti umani.

Molte forze politiche all’interno del Parlamento Europeo sono restie ad aprire i traffici verso un Paese che non nasconde la condizione infima dei propri lavoratori. Una condizione che avrebbe dovuto evolversi in seguito ad accordi sottoscritti con gli Stati Uniti, per ottenere i quali il governo vietnamita aveva emanato delle riforme proprio in materia lavorativa.

Peccato che allo scadere dei suddetti accordi anche le riforme siano state cancellate, il che fa presagire una non facile soluzione del problema che, ancora una volta, oppone gli interessi della produzione ai diritti delle persone.

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