Nei mesi scorsi ci siamo occupati a più riprese dei dazi che l’amministrazione Trump ha portato in vigore sulle ebike importate dalla Cina, una delle mosse che ha accompagnato l’ondata di misure protezionistiche varate contro Beijing, non l’unica – per altro – che può impensierire chi assembla biciclette marchiandole poi negli USA.

Adesso iniziano a circolare notizie sulle conseguenze, a quasi sei mesi di distanza da quel 23 Agosto 2018, che la tassazione al 25% sulle bici a pedalata assistita di matrice cinese sta portando.

Un assist per i big del ciclo?

Una delle critiche più accalorate mosse contro la norma intrapresa dal governo statunitense si concentrava sulla scarsa sensatezza di una norma “protezionistica”: gli USA infatti non vantano grandi asset industriali da difendere nel settore del ciclo, anzi.

A trarre però quello che sembra un apparente giovamento dalla situazione sono proprio i grandi Marchi presenti nella distribuzione al pubblico ciclistico a stelle e strisce.

BicycleRetailer riporta ad esempio una serie di interviste effettuate nella rete vendite nordamericana a testimonianza della buona salute del mercato ebike statunitense, che pare non risentire eccessivamente dei dazi.

dazi trump cina

I prezzi non sono economici, ma nell’ordine di quella media che caratterizza le biciclette a pedalata assistita, un prodotto ancora relativamente di nicchia e tecnologicamente più dotato della classica “bici da passeggio”. Quindi, giustificatamente più caro.

Ma ha senso fare riferimento ai grandi Marchi per valutare gli effetti dei dazi doganali di Trump, frutto di una politica che molti non si azzardano a definire lungimirante?

Piccoli produttori e start up cartina di tornasole

In effetti, quello che viene riportato sullo stato di salute dei grandi Marchi internazionali del ciclo, è con tutta probabilità veritiero.

Non è d’altronde difficile capire il perché le tassazioni suppletive imposte ai prodotti a pedalata assistita provenienti da Beijing non affliggano le Case che producono su scala mondiale: alcuni nomi di altissima qualità non hanno mai prodotto in Cina, puntando su numeri contenuti e prezzi elevati in cambio di bici di livello premium, molti dalla Repubblica Popolare Cinese sono, per così dire, già “scappati”.

L’introduzione di misure antidumping, sempre sulle ebike, da parte della UE, per dirne una, aveva già indotto molti produttori a cercare vie alternative, tra le quali spiccano Taiwan e Vietnam.

Come dire, fatta la legge, trovato l’inganno: la mano d’opera rimane conveniente, è solo cambiata la bandiera dello Stato di appartenenza (almeno nel caso del Vietnam, non a caso sanzionato sempre dalla UE).

Chi paga, dunque, dazio?

dazi trump cina

 

Stando alle rimostranze presentate in fase di approvazione dei dazi voluti da Trump, a pagare il prezzo più alto non sono le grandi industrie, capaci di spostare i propri stabilimenti ove è più conveniente, bensì i piccoli Marchi.

Per paradosso, proprio quelli che costituiscono quel minimo di “Rinascimento” ciclistico che stava fiorendo negli States cavalcando l’onda dell’ebike. In teoria, si tratta di un humus fertile che, in prospettiva, potrebbe costituire l’ossatura di un’industria effettivamente americana del ciclo, ma che per forza di cose – leggi di mercato, in primis – è costretta ad iniziare servendosi di prodotti cinesi. 

Prodotti demonizzati da Trump, sebbene siano spesso convenienti non perché di bassa qualità ma perché in Cina sono stati fatti investimenti che hanno abbassato notevolmente costi di produzione e logistica (certo, senza dimenticare le questioni sul costo del lavoro e sugli aiuti statali).

Insomma, un effetto controverso, specie se si tiene a mente che questo meccanismo votato all’estremo profitto è servito proprio alle grandi corporazioni industriali per produrre a costi irrisori vendendo poi a prezzi di mercato “normali” in casa nostra.

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