Fatta la legge, trovato l’inganno: il detto nostrano vale in tutto il mondo, specie se si tratta di commercio a sei zeri. La Malesia è pronta ad accogliere centinaia di aziende produttrici di ebike e componenti per biciclette, le stesse che a loro tempo attraversarono il confine tra la ricca Singapore e la Repubblica Popolare Cinese.

L’esempio di uno di questi imprenditori può aiutare a capire come le politiche protezionistiche non siano una risposta a lungo termine ai problemi interni di un’economia nazionale.

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Screenshot via TheStraightTimes

Dopo vent’anni di Cina, imprenditori pronti a migrare

Lo spunto per comprendere cosa stia per succedere al mercato mondiale della bici elettrica viene da un servizio realizzato da The Straight Times di Singapore: con un occhio differente dal nostro, il problema della guerra commerciale viene osservato attraverso le parole di un imprenditore di Singapore.

I dazi anti-dumping europei (che affliggono le ebike importate dalla Cina sino al 70% del valore) e quelli statunitensi sulle importazioni di materie prime e componenti finiti (al 25% del valore) appartengono ad una strategia di protezione dei mercati interni – gli stessi che per crescere a dismisura hanno per decenni prodotto proprio in Cina – che rischia ora di mettere in crisi una parte del mercato del lavoro di Pechino e dintorni.

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Screenshot via TheStraightTimes

È così ovvio che dall’altra parte ci sia una reazione, soprattutto se si abbandona il cliché del “cinese che copia” e si osserva il nocciolo della questione: nel settore della bicicletta quello che una volta si chiamava Celeste Impero ha saputo costruire una filiera di produzione competitiva, dedicandole interi distretti industriali e rendendosi così unica al mondo per potenzialità.

Certo, il costo del lavoro in Cina è basso, i diritti dei lavoratori (quando esistono) ben diversi dai nostri, le politiche in favore delle aziende di casa propria nettamente diverse da quelle europee o americane.

Ma, per ci tare un altro detto popolare, si è voluta la bicicletta, elettrica e a prezzo accessibile? Ecco, allora qualcosa nella logica della guerra commerciale alla Cina non torna e rischia di essere fin controproducente.

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Screenshot via TheStraightTimes

Cambia il mercato del lavoro in Cina

La risposta che Ching Wai Won, imprenditore 68enne di Singapore trapiantato a Shanghai, ha trovato far sopravvivere la sua azienda di ebike è semplice quanto immediata: emigrare dalla Cina.

Pechino inizia a non rappresentare più quel paradiso per le industrie che era fino a pochi anni (forse mesi) fa. I dazi nel settore delle bici elettriche, nel caso specifico, stanno accelerando qualcosa che in piccolo iniziava già a muoversi, ossia un’occidentalizzazione del mondo del lavoro.

Aumenta la ricchezza e, di conseguenza, il tenore di vita di ampie fasce di popolazione: in un meccanismo di sviluppo della società cinese, una piccola fetta di competitività si va stemperando e si traduce in un aumento del costo della mano d’opera.

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Screenshot via TheStraightTimes

 

Ching Wai Won, che nel 2001 ha acquistato un terreno ed avviato una fabbrica di biciclette elettriche – 3mila pezzi l’anno, molti dei quali destinati all’export – ora non riesce ad essere competitivo: 30 dipendenti costano troppo per mantenere i prezzi in linea con il mercato.

Attenzione, perché qui si nasconde una falla dei nostri ragionamenti: quei prezzi bassi sono tali in quanto necessari ai Marchi occidentali che distribuiscono in Europa, come negli USA, per mantenersi su fasce di mercato accessibili.

Bisogna scomodare un altro esempio proverbiale, quello del cane che si morde la coda: per avere bici dai prezzi “umani” in occidente, da qualche parte nel mondo qualcuno deve produrne i componenti a costi minimi ed in volumi enormi.

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Screenshot via TheStraightTimes

 

Si farà guerra commerciale anche contro la Malesia?

Ching Wai Won fa parte di quegli imprenditori di Singapore, da sempre cugini “ricchi” dei Cinesi, che anni addietro passò il confine per avviare un’azienda approfittando della mano d’opera di Shanghai, nel suo caso.

L’aumento del costo del lavoro, che cresce ad un ritmo del +10% l’anno, e l’irrigidimento dell’attenzione per le regole lo hanno convinto a guardare altrove.

La “goccia che ha fatto traboccare il vaso” è stata la notifica di demolizione della sua fabbrica, in quanto abusiva: il paradosso sta nel fatto che il governo cinese, in passato, probabilmente per incentivare la proliferazione di industrie, non ha mai fatto rispettare piani regolatori o, forse, in molte zone non ne aveva nemmeno prodotti.

Oggi, dunque, un processo seppur giusto di regolarizzazione si abbatte sulle aziende cinesi come una sorta di “tradimento” retroattivo.

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Screenshot via TheStraightTimes

L’altrove al quale guarda Ching Wai Won si chiama Malesia: un Paese con un enorme fame di crescita.

Nella zona di Port Klang ha acquistato un terreno sul quale edificherà una nuova fabbrica, assumendo operai malesi che, oggi, costano quanto i Cinesi di un decennio fa.

È quindi facile immaginare che, come Ching Wai Won, altrettanti imprenditori che oggi operano in Cina si sposteranno verso la Malesia e tutti quegli altri Paesi limitrofi che non sono nella lista dei dazi europei ed americani.

Il problema dunque si sposta, cambia bandiera: la risposta sarà limitare progressivamente le importazioni da ogni nazione che non appartenga al cosiddetto “primo mondo”?

 

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