20150613_181250Sta leggendo “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Se non fosse diventato un meccanico, avrebbe voluto seguire le orme del padre maestro elementare. «Mi è sempre piaciuto leggere – spiega in un misto di spagnolo e italiano Javier Manero – e aprire la mente al mondo». È nato 50 anni a Burgos, ma vive da tempo a Vitoria nei Paesi Baschi. Una moglie, Txus, e quattro figli (Paula, Maria, Javier e Gabriel) che vanno tutti in bicicletta e non per obbligo sottolinea ridendo. Lui si è innamorato del ciclismo fin da bambino per “colpa” di un’ammiraglia «mas bonita». «Il padre di uno mio compagno di scuola era un direttore sportivo della Kas e guidava questa macchina bellissima». Manero inizia a pedalare e in carriera ottiene una sola vittoria e tanti piazzamenti, ma poco importa. Studia e nel tempo libero aiuta un amico a montare bici. Nel 1988, la federazione spagnola di ciclismo sta cercando un meccanico che lavori con i giovani più promettenti al progetto olimpico Barcellona ‘92. Manero accetta la proposta, si trasferisce a Madrid per oltre 3 anni e non cambierà più lavoro. La prima squadra che lo chiama è l’iberica Clas e l’inizio è curioso. «Il primo giorno entro in magazzino – ricorda – e il capo meccanico mi chiede “sai fare una ruota?”. Inizio, finisco e gliela porto. Lui la prende e la lancia lontano». Manero lo guarda meravigliato, ma la prova è superata. Negli anni seguenti, si susseguono tanti teams: Mapei Clas, Vitalicio Seguros e Festina. Nel 2007, Manero arriva in Astana per poi passare alla Cervélo e ritornare nel 2013 nella squadra kazaka. «Il mio lavoro è sempre uguale – spiega – non esiste la scuola spagnola o quella italiana. La squadra decide una linea e si segue punto e basta». Del resto, a distanza di più di un quarto di secolo, il mondo delle corse continua a piacergli. «Il vero valore aggiunto è proprio quello di potersi confrontare ogni giorno con abitudini e mentalità diverse». Molto fanno anche le soddisfazioni che puoi avere e la vittoria di Vincenzo Nibali al Tour 2014 è una di queste. Il rovescio della medaglia è la nostalgia di casa, spesso molto forte. «A volte penso che mi sono perso parte della crescita dei miei figli; mi ricordo che una volta sono stato via per due mesi consecutivi». Dell’evoluzione recente della bicicletta non si è perso un passaggio. In generale, afferma, la bici è cambiata in meglio e l’innovazione ha portato a risultati brillanti come l’arrivo delle 12 velocità con cui puoi andare dappertutto. Ma c’è un però. «Credo che pochi dei miglioramenti che si potrebbero fare avrebbero davvero un’utilità pratica». Per chi fa il suo lavoro praticità e velocità d’intervento sono fondamentali e per questo Manero è critico. Un paio di esempi. La tendenza di inserire tutti i cavi e le guaine all’interno del telaio restituisce una bici esteticamente intrigante dal design pulito e curato, ma lavorarci è un’altra cosa. Il secondo esempio è dato dall’imminente introduzione dei freni a disco sulle bici da gara. «È vero che in mtb ha dato grandi risultati, ma le gare su strada sono un’altra cosa: le discese durano di più e quindi l’olio può scaldarsi a danno dell’efficacia, senza contare che cambiare ruota e centrarla potrebbe diventare un’operazione troppo lunga».

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