Uber si infila di prepotenza nella dialettica della guerra commerciale Cina-USA chiedendo l’esenzione delle sue bici elettriche di importazione cinese all’amministrazione Trump.

Il servizio di bike sharing a pedalata assistita che Uber sta diffondendo sotto il marchio Jump ha già colonizzato 12 metropoli statunitensi, tra le quali la stessa San Francisco e Washington, e promette scenari rosei per la compagnia californiana.

Sempre che l’imposizione delle tasse doganali volute dal presidente Trump non le infligga una ferita al costato, facendo lievitare tutte le previsioni di spesa per l’importazione delle ebike: a soffrirne sarebbe l’investimento che Uber ha stanziato per il 2019 proprio sulla mobilità a due ruote elettrica, pari ad 1 miliardo di dollari.

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Jump: bici elettriche di nuova generazione 

Uno dei piatti forti dello sviluppo del bike sharing free floating Jump sono proprio le biciclette che si stanno producendo in Cina per conto di Social Bicycles, la sussidiaria proprietaria del parco mezzi per conto di Uber.

Riviste nel sistema di alimentazione, nel pacco batterie (reso rimovibile) e nei sistemi di sblocco, oltre che genericamente riprogettate per essere più resistenti all’usura, le biciclette che dovrebbero arrivare in America e circolare sotto le insegne di Jump non sono poche.

Il servizio oggi copre 12 città statunitensi e la strategia di diffusione del servizio è ben aggressiva, considerando gli accordi con Lime, altro colosso planetario del free floating, per la condivisone degli e-scooter.

Attualmente, secondo fonti vicine all’azienda riportate dal giornale americano Fortune, Uber farebbe produrre circa un migliaio di biciclette al giorno in Cina, motivo per cui i dazi inciderebbero notevolmente sui suoi conti.

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Guerra commerciale Cina-Usa, ci rimettono anche gli Americani

Uber entra dunque a far parte di quelle aziende che hanno chiesto ufficialmente l’esenzione dei propri prodotti dalla tassazione doganale: il suo obiettivo è difendere le prospettive di crescita che oggi vede sul mercato a stelle e strisce della mobilità ciclabile ed elettrica.

Forte di un investimento pianificato per il 2019 di 1 miliardo di dollari, Uber vorrebbe fare leva su quelli che sono i risvolti dell’applicazione dei dazi, già espressi da altre società del settore del ciclo.

Una maggiorazione delle attuali tasse del 25% vorrebbe dire rimodulare tutto, dagli investimenti ai piani di assunzioni, provocando un effetto a catena negativo su tutta l’economia legata ai trasporti urbani alternativi (leggi: bike sharing).

Attualmente la fetta di prodotti interessati dalle misure protezionistiche entrate in vigore in Agosto cubano per un valore di 16 miliardi di dollari, sui quali grava la prospettiva di un allargamento ad ulteriori 200 miliardi di beni importati da Beijing.

Per il momento la tassazione su questi ultimi è stata fermata al 10% e la prospettiva del 25% è stata rinviata a Marzo 2019 in seguito agli incontri tra il presidente americano Trump e quello cinese Xi Jinping.

Uber JUMP Germania

Sempre più aziende chiedono esenzioni dai dazi

Per limitare l’impatto che le tasse doganali potrebbero avere sul costo ai consumatori di molti prodotti di largo smercio – nel caso delle bici si pensi che gli USA, nel 2017, ne hanno importato il 97% proprio dalla Cina – oltre che sui propri affari, sono oltre 10mila le richieste di esclusione pervenute all’amministrazione americana.

Molte aziende lamentano di essere interessate dai dazi pur operando in settori strategici per l’economia e paventato ripercussioni molto pesanti sugli Stati Uniti stessi e sui suoi interessi, che i dazi non tutelerebbero in quanto fallimentari nel difendere l’unica vero tesoro a disposizione: la proprietà intellettuale.

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