Il car sharing sta colando a picco. Varie aziende hanno chiuso i battenti e questa non è una buona notizia neanche per chi va in bici. Si perché nelle grandi città car sharing e biciclette sono complementari, soprattutto in una fase difficile come quella che stiamo vivendo. 

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La sharing mobility danneggiata dal Covid-19

Il Coronavirus ha avuto inevitabili ripercussioni su tutta quella che viene chiamata mobilità condivisa. Flotte di scooter, auto, monopattini e biciclette sono rimaste ferme negli ultimi due mesi ritrovandosi improvvisamente ad essere un potenziale veicolo di contagio (scusate il gioco di parole). Durante la prima fase della pandemia potevano essere una buona soluzione per il contenimento del virus ma adesso che quest’ultimo si è così capillarmente diffuso garantire le corrette misure igieniche su questi mezzi è oggettivamente difficile, se non a fronte di enormi spese. Anche l’ultimo studio condotto Deloitte disegna uno scenario tutt’ altro che incoraggiante, in particolare per il car sharing. Proprio in virtù di questo crollo la mobilità privata a trazione fossile potrebbe rialzarsi più forte di prima, minacciando l’aria e il ciclismo urbano. 

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La crisi dell’automotive?

Tempo fa avevamo parlato di come si dovesse seguire con attenzione i settori petrolifero e automobilistico. La pandemia li ha colpiti entrambi duramente e proprio in questi giorni il Governo ha predisposto un piano di aiuti per rilanciare l’automotive che, con tutta la sua filiera, vale il 10% del PIL nazionale. Nonostante i condivisibili impulsi ecologisti che possono sorgere, staccare la spina ad una simile macchina produttiva non sarebbe stata una bella mossa. Non adesso e non in questo modo. Certo, un cambiamento è necessario ed auspicabile ma non sulla pelle dei lavoratori. L’automobile poi non è il demonio, le andrebbe “soltanto” attribuito il ruolo che le compete ossia quello di mezzo eccezionale, nel senso che non dovrebbe essere la regola per gli spostamenti ma l’eccezione. E il car sharing nacque proprio con questo intento. 

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Il paradosso del petrolio: ti pago se te lo prendi

Meno auto vendute, meno richiesta di carburante e conseguente crollo del prezzo del petrolio. Il mercato dell’oro nero si può vedere in questo modo: c’è chi lo estrae, chi lo commercializza e chi lo usa. Con la pandemia è venuto a mancare l’ultimo tassello, i consumatori che lo pompano nei loro serbatoi. Se però gli utenti finali (non solo automobilisti, in questo rompicapo una parte fondamentale la svolge l’aviazione) possono decidere se fare o meno rifornimento, le compagnie petrolifere non possono rinunciare ad estrarlo. Per ragioni economiche ovviamente. Tutto ciò genera una mostruosa quantità di barili invenduti che costano, che nessuno sa dove mettere e che hanno creato la paradossale situazione in cui il petrolio invece di venderlo si paga qualcuno affinché se lo prenda. Chiaramente è tutto molto più complesso ma questo breve riassunto serve a capire quanto il settore petrolifero abbia fretta e bisogno di ripartire: e per farlo gli serve che circolino anche le automobili. 

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I prezzi delle auto scenderanno

Ma anche alle auto serve essere rilanciate e il modo più semplice di farlo è abbassarne i prezzi, proprio come vogliono le leggi di mercato quando la domanda scende. Secondo gli analisti di settore è questo quello che accadrà nei prossimi mesi e già da qualche tempo grandi colossi come Ford o BMW stanno lanciando sconti e promozioni. Queste manovre disperate, congiuntamente al calo dei prezzi del carburante, potrebbero innescare un rilancio dell’automobile contenibile soltanto attraverso politiche antinquinamento. E se prima della pandemia il car sharing poteva in minima parte arginare una sconsiderata diffusione dell’automobile, oggi non c’è più nemmeno lui. Case automobilistiche, compagnie petrolifere e assicurative saranno unite nel cavalcare il post-lockdown automobilistico.

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I rischi per il ciclismo urbano

Per quanto non fosse ancora diffuso e non gestito secondo il suo effettivo potenziale il car sharing era un supporto di cui forse sentiremo la mancanza e che sarebbe potuto intervenire nei momenti in cui la bici non bastava. Quantomeno questo era l’auspicio. Ma adesso? Senza il car sharing rischiamo di vedere più auto in giro, per due ragioni. La prima perché i probabili prezzi bassi e la mancanza di alternative in caso di trasporti ingombranti convincerà molti ad acquistare un automobile piuttosto che una bici; la seconda perché si potrebbe creare una situazione complicata per il traffico urbano che le corsie ciclabili di emergenza potrebbero non riuscire a contenere. Per i meno determinati questo significherebbe abbandono della bicicletta e ritorno all’auto privata a causa di ragioni legate soprattutto alla sicurezza.

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Ripartire uniti

Il car sharing serve, serve soprattutto adesso e chi governa deve fare il possibile per farlo tornare attivo e migliore di prima. Sarebbe interessante (forse anche remunerativo?) se la filiera automobilistica si dedicasse anche a questo tema, allo sviluppare flotte di sharing già progettate per minimizzare il rischio di contagio, stringendo accordi con le amministrazioni per le forniture e le operazioni di manutenzione/sanificazione. Ricordiamo poi che esistono soluzioni come le manopole autopulenti di cui abbiamo parlato qui e che potrebbero tornare utili ai mezzi in condivisione (alcuni le stanno già utilizzando). In città servirebbero invece dettagliati progetti di mobilità sostenibile, parcheggi sicuri per le biciclette e di interscambio modale, nonché cominciare seriamente a riflettere sulle normative che si esprimono in tema di e-bike. Ma di questo parleremo nei prossimi giorni.

Ovviamente speriamo che lo scenario descritto non si verifichi, ma essere preparati è sempre un arma in più. Chi va in bici dovrà forse in una prima fase tenere duro e non scoraggiarsi davanti ad alcune probabili (ma superabili) difficoltà.

 

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Nanoseptic Surface, la superfice autopulente in dotazione presso la flotta Wheels

 

 

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