È di qualche settimana fa l’esposto della EBMA, la European Bicycle Manufacturers Association, che ha convinto la Commissione Europea ad attivare un procedimento anti-dumping nei confronti delle importazioni cinesi di bici a pedalata assistita: il 13 Novembre scorso si è registrata una delle prime reazioni da parte dell’industria asiatica, con il rimando secco al mittente delle accuse da parte di Bafang.

Da Suzhou, sede dell’azienda che produce componenti per la trazione elettrica diffusissimi nei settori della mobilità elettrica, tra cui anche quello della pedalata, hanno fatto sapere che di dumping non ne vogliono nemmeno sentir parlare.

Alle accuse mosse dall’associazione degli industriali europei del ciclo, che parlano di una colonizzazione del mercato su basi di costo sleali a tutto danno dei Marchi occidentali, Bafang ha opposto un elenco di presunte falsità contenute nei documenti prodotti dalla UE ed inviati all’attenzione della Cina.

Bafang si è sentita direttamente chiamare in causa in quanto tra i maggiori attori industriali del Paese, esplicitamente citato dalla EBMA come uno dei principali beneficiari di forti sussidi statali da parte di Pechino, grazie ai quali avrebbe potuto sfruttare un know-how in gran parte europeo per insediarsi poi proprio sul mercato concorrente in posizione favorita.

 

photo credit: Jack Zalium Dusk atop the Xi’an City Wall via photopin (license)

La risposta della società cinese è affidata ad una lettera, resa pubblica la scorsa settimana, nella quale si ricorda che il suo ingresso sul mercato della pedalata assistita avvenne nel 1999, con il lancio dell’attuale Marchio nel 2003.

I Cinesi rivendicano un certo anticipo nello sviluppo di soluzioni per la mobilità elettrica su due ruote rispetto ai brand europei, sottolinenando anche che quanto scritto dalla EBMA, oltre a non essere sorretto da un impianto probatorio, fraintende sostanzialmente quella che è stata la storia dell’industria ciclistica ad assistenza elettrica cinese, divenuta di larga scala industriale già nel 1995.

Bafang sostiene, nel suo testo, che tutto quanto oggi sia da loro proposto altri non sia che l’effetto naturale di 15 anni di domanda e risposta sul mercato delle e-bike, mercato che ha mutuato molto dalle tecnologie utilizzate per i motorini elettrici (“electric moped”), altra branca merceologica diffusa in Cina da molti anni.

Certo, le motivazioni addotte da Bafang non fanno una piega e probabilmente è vero che ricostruire un chiaro favoreggiamento del governo cinese nei confronti delle proprie industrie potrebbe non essere impresa facile.

La risposta, probabilmente la prima di una lunga serie, era attesa e, come logico, è molto ferma nel negare ogni tecnica di dumping.

Servirà ad annientare i dubbi? Intanto il procedimento europeo prosegue, aggiungendosi ad una lunga serie, più o meno efficaci, di contenziosi simili già intrapresi dall’Europa contro la Cina. Quella della bici elettrica è una partita grossa, attorno alla quale orbitano gli interessi di nomi come Bosch e non solo: difficile pensare che si fermi a qualche scaramuccia iniziale.

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