La disfida in merito ai dazi doganali antidumping che la UE vorrebbe imporre sulle importazioni di bici elettriche cinesi, con la Cina sembra ormai aver poco a che vedere.

Dopo che lo scorso 16 novembre la Commissione Europea ha pubblicato il suo General Final Disclosure Document a riguardo, dicendosi favorevole all’imposizione dei dazi e lasciando tempo sino al 26 novembre per eventuali mozioni contrarie (la definitiva approvazione è ancora lontana), le reazioni sono state diametralmente opposte.

Da una parte si è schierata la promotrice dell’investigazione che fece da casus belli, ossia la EBMA, la European Bicycle Manufacturers Association che rappresenta i produttori continentali di bici, e sulla barricata opposta la LEVA, la Light Electric Vehicle Association, che prende anche le parti dell’associazione degli importatori europei.

A chi convengono dunque questi dazi?

Non esiste danno ai produttori: la tesi LEVA

La risposta della LEVA è arrivata dopo un’attenta analisi, annunciata all’indomani del documento pubblicato dalla UE, ed è molto semplice: i dazi antidumping sarebbero non solo inutili, ma addirittura potenzialmente dannosi.

La tesi che porta avanti la LEVA è che la UE abbia completamente sbagliato la sua valutazione di quelli che sono i danni reali portati all’economia europea da parte della presunta immissione di ebike cinesi dal prezzo “drogato” al ribasso da aiuti statali alle aziende di Pechino.

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Imporre dazi doganali protezionistici, sostiene la LEVA, non è legittimo in quanto non sussisterebbe una delle tre condizioni fondamentali per farlo, ossia l’evidente danno economico alle aziende colpite dal dumping cinese.

Gli indicatori cui fa riferimento e che cita la LEVA sono quelli dei volumi di vendite e di produzione e di capacità di produzione delle aziende europee, tutti cresciuti almeno del 20%, con un ritorno sugli investimenti quantificabile nell’ordine del 103%.

Non esisterebbe dunque danno all’industria europea della bicicletta elettrica e, per questo, la LEVA stronca l’idea di apporre definitivamente i dazi sulle importazioni.

Applaudono i produttori europei

A definirsi contenti sono al contrario i rappresentanti della EBMA, l’associazione dei produttori europei di biciclette.

Il segretario generale Moreno Fioravanti ha affermato che la EBMA applaude all’intento della UE di portare avanti la battaglia contro le pratiche di dumping di Beijing sulle bici a pedalata assistita, facendo diventare i dazi permanenti. 

La EBMA si dice soddisfatta perché la Commissione Europea ha appurato che di dumping effettivamente si può parlare e che, unitamente all’intento di imporre misure anti-sussidi, i dazi potrebbe coprire dal 18,8% al 79,3% del valore delle merci importate.

Un modo per difendere gli interessi delle aziende europee, secondo la EBMA, e per difendere dall’invasione del mercato da parte di ebike dal prezzo eccessivamente basso ben 90.000 lavoratori ed 800 imprese.

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photo credit: Leandro’s World Tour Edifício Berlaymont via photopin (license)

Dal dumping allo scontro intestino

La replica della LEVA è secca: l’unico dato che la UE può aver riscontrato al di sotto delle aspettative tra gli indici di benessere dell’industria continentale è la redditività del settore, che nel periodo delle indagini (settembre 2016 – settembre 2017) si attestava al 3,4% invece che all’atteso 4,3% del 2015.

La questione che pone la LEVA è chiara: conviene davvero, per recuperare uno 0,9% di redditività di un settore, mandarne a bagno un altro?

In tutto ciò infatti sono stati più volte trascurati gli appelli delle associazioni degli importatori, che per via della registrazione preventiva delle merci, preludio all’applicazione retroattiva dei dazi qualora entrassero in vigore, hanno dovuto rimodulare i propri piani in piena stagione.

Questo ha portato, come già riportato, a disdire contratti, cercare altri fornitori che non fossero cinesi o che non producessero in suolo cinese, a ridurre drasticamente le importazioni e, di conseguenza, a licenziare o cassa integrare personale.

Un danno che il Collective of European Importers ha stimato in circa 605.000 € a società coinvolta: contando un bacino di 150 imprese, si tratterebbe di un danno da 90 milioni di euro, più le ricadute occupazionali.

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Chi può rimetterci è il consumatore 

In ultima istanza, le considerazioni della LEVA si spingono un po’ più in là dell’immediato scenario economico.

Il procedimento avviato, contro il quale sta promuovendo una raccolta firme in calce ad una lettera da inviare al Commissario Malmström, porterebbe in pratica ad una conseguenza tangibile per tutti: l’innalzamento dei prezzi delle ebike.

Si tratterebbe di un passo falso non da poco per un mercato che, innegabilmente, è l’unico a trainare veramente il settore della bicicletta.

Settore che ne uscirebbe a sua volta impoverito perchè, a dire della LEVA, i minori introiti e la mancata competizione con i Cinesi farebbero rallentare anche la ricerca e lo sviluppo (spesso condotti in Europa ma effettivamente prodotti a Beijing).

Si rischia quindi di compiere un autogol, rendendo la bicicletta a pedalata assistita un prodotto che da massivo torna ad essere di nicchia, colpendo mortalmente la diffusione di un mezzo alternativo e tornando a far convenire la scelta di veicoli a combustione interna.

Una sorta di mossa del gambero, insomma.

 

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