Si aggiunge un nuovo capitolo alla saga che vede Europa e Cina contrapposte sulle politiche di esportazione di bici a pedalata assistita di fascia economica. La UE ha infatti accolto una rimostranza della EBMA (European Bicycle Manufacturers Association) contro le importazioni di ebike provenienti da Beijing, avviando una procedura antidumping che cita direttamente alcune tra le più grandi aziende con gli occhi a mandorla.

Adesso però c’è chi inizia a cantare fuori dal coro: si tratta dell’Importers’ Collective, organizzazione che raggruppa gli importatori del continente, compresi quelli britannici.

Il Collettivo ha diramato una comunicazione nella quale afferma di accogliere con favore la decisione dell’European Council di introdurre una nuova legislazione antidumping ma, al tempo stesso, coglie la palla al balzo per sottolineare come questa arrivi in ritardo.

La nuova legislazione non permette infatti di servirsi per le valutazioni di un termine di paragone stabilito in una “nazione analoga”, elimina la distinzione in economie di mercato e non e, infine, inverte l’onere della prova, rendendo l’accusatore obbligato a produrre delle prove a supporto dell’avvio di una procedura.

L’Importers’ Collective fa però notare come l’European Council abbia non solo permesso alla EBMA di presentare il reclamo contro le importazioni cinesi di ebike ma, soprattutto, ne abbia avallato le accuse dando via ad una procedura di infrazione che, dal 20 Dicembre prossimo, sarebbe inammissibile.

photo credit: European Parliament State of the Union debate: the way forward for Europe via photopin (license)

Per l’IC la vecchia legislazione era inaffidabile e non sarebbe stato corretto basarsi su di essa per aprire una simile questione commerciale su scala internazionale: la dimostrazione sta nell’utilizzo, pretestuoso secondo l’organizzazione degli importatori, di un Paese analogo con la cui realtà di mercato fare un parallelo.

Per il caso delle ebike cinesi importate a basso costo in Europa è stata scelta la Svizzera, una nazione che difficilmente può costituire un metro di paragone: è una delle prime in Europa per penetrazione di ebike sul mercato, di cui il 22% speed ebike (la percentuale più alta in Europa), ossia bici elettriche che per loro natura hanno costi superiori alla media.

Queste considerazioni, sommate ad altre di carattere più generale quali il reddito medio pro capite (di poco superiore ai 700 euro nella Repubblica Popolare Cinese, intorno ai 2.500 nella Confederazione Elvetica), fanno sì che il paragone tra i due Paesi sia, a giudizio dell’IC, improponibile.

Insomma, dal punto di vista degli importatori di ebike è tutto da dimostrare che produrre su larghissima scala prodotti per le fasce più economiche del mercato costituisca un’azione di dumping o, quanto meno, è da dimostrare che esista un’effettiva distorsione del mercato.

Chi avrà ragione?

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