Nel panorama della produzione di componenti speciali per ciclo, Miche occupa un suo spazio tutto particolare.

E questo non solo per la sua storia quasi centenaria, iniziata infatti nel 1919, e neanche perché in tutto questo tempo l’azienda è sempre rimasta nelle mani della famiglia fondatrice.

L’azienda occupa uno spazio particolare perché – in un contesto in cui il “made in Italy” spariva progressivamente dal panorama ciclistico e molte blasonate aziende chiudevano i battenti o si riducevano a mettere il proprio logo su prodotti concepiti e realizzati in Cina – Miche è riuscita a rimanere un’azienda in cui non solo la progettazione e la gestione del prodotto, ma anche la sua produzione è saldamente rimasta in Italia.

Una scelta che dieci-quindici anni fa sembrava contro corrente e che invece si è rivelata vincente, come dimostra la crescita quantitativa (in termini di quote di mercato) e qualitativa del prodotto Miche.

Niente meglio di questo dimostra come la scelta di tante aziende di abbandonare la produzione in Italia per ridursi a semplici commerciali non sia stata una necessità, ma una scelta dettata da pochezza tecnica e incapacità imprenditoriale.

Ma dopo aver pianto sulla ricchezza che è stata sperperata, torniamo a chi invece il suo patrimonio tecnologico ha saputo proteggerlo e valorizzarlo come la Miche.

 

 

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