Ne giorni scorsi, presso l’Acquario Civico di Milano, si è tenuto il convegno “Ladri di biciclette. Ieri, oggi. E domani?” promosso da FIAB in collaborazione con Confindustria ANCMA, con il patrocinio del Comune di Milano e dell’ANCI. Ad intrecciare storia, cultura, economia e società ci ha pensato un film che rappresenta anche uno dei massimi momenti espressivi della cultura del ‘900: “Ladri di biciclette”, il capolavoro di Vittorio De Sica che il 21 novembre scorso ha compiuto 65 anni dalla prima proiezione. La ricorrenza ha offerto l’occasione per FIAB e Ancma di presentare il risultato di una ricerca sui furti di biciclette in Italia. Un argomento che appariva vetusto solo 10 anni fa, da affidare ai ricordi di vecchie pellicole in bianco e nero e che invece, nello spazio di pochi anni, è tornato prepotentemente di moda.
Bisogna dire che FIAB ha fatto le cose veramente per bene. Per fotografare lo stato dell’esistente ha scomodato 118 prefetture, 60 delle quali hanno risposto all’indagine anche se 14 di queste hanno comunicato di non essere in grado di fornire il dato (vedi risultato completo). Non contenta, FIAB ha anche intervistato oltre 4.000 cittadini-ciclisti e alla fine si è arrivati ad una mappa ed un dettaglio che rende abbastanza fedelmente il quadro della situazione nel nostro Paese.
Il primo elemento che mi piace sottolineare riguarda la rilevanza economica di questo fenomeno. Una rilevanza che svela, anche se indirettamente, l’importanza che la bicicletta sta assumendo nella vita quotidiana, come la più convincete risposta, in ambito della mobilità, alla crisi. I furti di bici provocano un danno complessivo annuale di circa 150 milioni di euro, tra mancati introiti per l’industria nazionale della bicicletta, incluso l’indotto (da un’indagine emerge che il pericolo di furto è la seconda leva che spinge a non acquistare bici nuove), e dalle transazioni in nero che sfuggono a ogni controllo d’imposta.
In Italia ogni anno, su quasi 4 milioni di bici circolanti, ne vengono rubate 320.000; meno della metà dei furti vengono denunciati, rendendo impossibile la riconsegna della refurtiva in caso di ritrovamento. Tempo fa mi è capitato di seguire un interessante dibattito su Facebook. Un tizio ha postato l’avvenuto furto, i followers gli hanno consigliato di denunciarlo, alcuni hanno raccontato la propria storia, fatta di ritrovamenti a pochi isolati di distanza, appostamenti per scoprire il nuovo proprietario e “chiarimento” conclusivo, con spiegazione da parte del “nuovo proprietario” di aver acquistato di seconda mano da un ricettatore che, nel caso specifico, è stato identificato e denunciato. Ogni appassionato lettore del post aveva una bici rubata, meno della metà ha pensato di denunciare la scomparsa, data l’impossibilità di dimostrare, in caso di ritrovamento, il titolo di possesso. Per questo motivo, sulla scia di quanto realizzato in altri paesi d’Europa, la FIAB in occasione della presentazione dei risultati dell’indagine, ha avanzato la proposta di punzonare con il proprio codice fiscale il telaio della bici. Si tratta di un sistema facile e intelligente, che risolve diversi problemi: identificazione immediata del proprietario e possibilità di restituire il bene mobile; gestione intelligente delle bici sequestrate, ora inevitabilmente ammassate dei magazzini comunali; disincentivazione al furto e al riciclaggio; incentivazione a denunciare il furto della bicicletta; facilità di abbinamento della bici al suo proprietario in qualunque luogo del nostro Paese.
Se questo progetto si dovesse realizzare, sarebbe il primo utilizzo “gradevole” del codice fiscale, un codice che ci accompagna dalla nascita e che finora è sempre stato identificato con tasse, oneri e ingerenza dello Stato nella nostra vita privata. La bicicletta è capace anche di questi piccoli miracoli!
Antonio Ungaro

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