Che la bicicletta rappresenti oggi una realtà quantitativamente importante lo testimoniano le cifre della sua diffusione in Europa rimaste nell’intorno delle 20 milioni di unità vendute all’anno, con modeste oscillazioni in negativo pur in presenza di una crisi economica dalle pesanti ripercussioni sul potere d’acquisto di gran parte dei consumatori.

Non dissimile la situazione nel nostro paese dove i volumi di vendita hanno superato stabilmente nell’ultimo triennio 1.600.000 unità facendo dell’Italia il quarto mercato continentale. Se a ciò aggiungiamo poi, come rileva Confindustria ANCMA, che le aziende italiane producono un fatturato di 1 miliardo di euro, danno lavoro a 12.000 addetti e la bicicletta, per la sua stessa natura, può dare un contributo consistente per il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti concordati con l’Unione Europea, allora si comprende meglio la necessità di sostenerne e promuoverne l’uso nelle diverse modalità possibili, dalla mobilità urbana, al tempo libero, allo sport.

Certamente va in questa direzione l’approvazione, proprio nel finale dell’anno appena trascorso, della legge quadro (ddl n. 2977) che introduce nel nostro ordinamento il Piano generale della mobilità ciclistica con l’obiettivo di stabilire, come già accade in altri paesi europei, regole per uno sviluppo organico per l’uso della bicicletta che, in tal modo, avrà la possibilità di entrare a pieno titolo nei piani di circolazione sia nazionali che regionali e locali.

Una notizia accolta con giusta soddisfazione da quanti per anni hanno intrapreso battaglie per tale riconoscimento, dalle associazioni di categoria come Confindustria ANCMA, a FIAB, a FCI ed a quant’altri avevano compreso le potenzialità della mobilità ciclistica e la necessità di pianificarne lo sviluppo.

Ancora non si era spento l’eco dell’entusiasmo per il risultato storico conseguito, sottolineato anche dall’ECF (European Cyclists Federation), una federazione che raccoglie organizzazioni nazionali per la mobilità urbana in bicicletta, che si è diffusa la notizia dell’introduzione da parte della Federazione Ciclistica Italiana della Bike Card obbligatoria per partecipare a tutte le manifestazioni ed eventi anche amatoriali per coloro che non sono tesserati FCI, ACSI e UISP.

photo credit: UweBKK (α 77 on ) Bicycle track with a distance of 23.5 km around Suvarnabhumi International Airport in Bangkok, Thailand via photopin (license)

La Bike Card, del costo di 25 euro annuali, come ribadito dai comunicati ufficiali, non fornirà alcun servizio assicurativo, almeno per ora, ed è stata immediatamente ribattezzata la tassa sul sudore.

Pur tralasciando le motivazioni che sono alla base del provvedimento e della cui fondatezza non dubitiamo, non si può non rilevare la confusione che, complici forse anche le modalità sia di attuazione scelte dalla Federazione, sia di comunicazione almeno da parte di alcuni media, la notizia ha provocato.

In particolare sono emerse più le negatività del fatto che le argomentazioni che potevano sostenerne l’attuazione. In tal modo ad un osservatore esterno sono balzate agli occhi le contraddizioni di un provvedimento che di certo non crea un clima favorevole per la diffusione della bici in quell’ambito sportivo che sarebbe invece in grado, per emulazione, di allargare la base dei praticanti delle due ruote.

Contraddizioni che diventano più evidenti ove si consideri la contiguità temporale di entrambi i provvedimenti, emanati a ridosso delle ferie natalizie, e che, per l’opposta lettura a cui si prestavano, hanno finito, indipendentemente dai reali contenuti, per creare disorientamento nel pubblico.

I due casi che hanno animato il fine anno, rappresentano solo gli ultimi esempi di una casistica che potrebbe essere più vasta fatta di azioni non sempre coordinate ed orientate verso l’obiettivo, a nostro giudizio prioritario, di far crescere l’utilizzo della bici sfruttandone le potenzialità che offre ma che necessitano di adeguati supporti.

Sotto questo profilo, il nuovo anno inizia con l’arma in più di una legge ormai approvata che inserisce tra gli obiettivi del prossimo Governo una maggior diffusione della bicicletta come contributo ad una mobilità sostenibile e “pulita”. Per fare ciò è però necessario dare seguito all’adeguamento delle infrastrutture presenti sul territorio ed alla loro omogeneità geografica quale premessa necessaria allo sviluppo non solo del trasporto cittadino su due ruote ma anche per promuovere formule innovative quali il bike sharing o attività ricreative quali il cicloturismo. Quest’ultima, tra l’altro, può e deve avere benefiche ricadute sul comparto turistico sfruttando in modo adeguato le bellezze naturali e paesaggistiche delle nostre regioni, il fascino che la cultura e le tradizioni locali esercitano sui potenziali visitatori.

Allo stesso tempo il 2018, già al suo esordio si troverà a conciliare con tante attese anche le esigenze di armonizzare la gestione sul territorio delle diverse attività legate al mondo sportivo amatoriale e non, il cui accesso dovrebbe essere favorito e non limitato dall’introduzione di tasse o card emesse a vario titolo.

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